Venezia, sei mesi di CUP in carcere: bilancio positivo tra numeri, dignità e futuro

Un progetto silenzioso ma rivoluzionario. È trascorso poco più di mezzo anno dall’apertura, lo scorso dicembre, di uno sportello CUP (Centro Unico di Prenotazione) all’interno del Carcere maschile di Santa Maria Maggiore. Oggi, sei mesi dopo, è tempo di bilanci.

9 detenuti assunti a tempo indeterminato in carcere, 1 di loro lavora con la stessa mansione all’Ospedale dell’Angelo di Mestre, 20.000 telefonate dall’esordio, diventate 5.500 al mese e 300 al giorno, gestite in due turni giornalieri di quattro ore ciascuno, 8-12 e 12,30-16,30 da lunedì a venerdì. Gli impiegati – italiani tra i 25 e i 45 anni, molti laureati e con competenze informatiche – sono stati selezionati tra i circa 270 ospiti dell’Istituto penitenziario.

Per questo il carcere, nel giorno in cui si celebra San Basilide, il santo patrono della Polizia penitenziaria, ha ospitato un incontro di grande rilievo. Presenti il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, il direttore dell’Istituto penitenziario Enrico Farina, il direttore generale dell’ULSS3 Serenissima Edgardo Contato, il cappellano del Carcere don Massimo Cadamuro, il direttore della Pastorale delle Comunicazioni Sociali don Marco Zane, la direttrice della Casa di Reclusione femminile della Giudecca Mariagrazia Bregoli, la primaria di Sanità penitenziaria dell’ULSS3 Marina Paties, il presidente della Cooperativa Cento Orizzonti Fabio Panizzon. Una riunione operativa, certo, ma anche simbolica perché il CUP in carcere non è solo un servizio, è un gesto di fiducia e responsabilità.

Nell’ufficio creato all’interno della struttura penitenziaria alcuni detenuti – formati e affiancati da personale – si occupano quotidianamente della gestione delle prenotazioni sanitarie. Un lavoro vero, retribuito che mette in moto competenze, relazioni e senso di utilità. Loro, i detenuti, non sono solo operatori di sportello, sono parte attiva di un servizio che coinvolge tutta la comunità.

Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

Il Patriarca Francesco Moraglia ha voluto sottolineare il valore umano e spirituale dell’iniziativa ricordando che la persona viene prima del reato e che ogni giorno può essere un nuovo inizio: “Il Padre che pazienta, accompagna, ascolta, quando chiama chiede la nostra conversione e considera la giustizia come possibilità di riscatto. Cerchiamo di andare a scuola gli uni degli altri, di imparare gli uni dagli altri qualcosa perché tutti siamo allievi e maestri. E certe volte il maestro è proprio colui da cui tu pensi di non aver nulla da imparare”. C’è un progetto che riguarda la Chiesa di San Marco. Così il Patriarca ha risposto: “Sì e sono molto contento. Riguarda il coinvolgimento del personale penitenziario e dei detenuti in quello che è il luogo simbolo della Città di Venezia. È un modo chiaro di dire, soprattutto ai detenuti – vedremo di farlo anche con le detenute – che non hanno nulla da nascondere e che c’è qualcuno che crede in loro e loro devono dare un messaggio di capacità sociale”.

Il Direttore Generale dell’ULSS3 Serenissima Edgardo Contato

Durante l’incontro il Direttore Generale dell’ULSS3 Edgardo Contato ha presentato i dati: centinaia di chiamate gestite, tempi di risposta soddisfacenti, buona qualità del servizio. “La sanità ha la funzione importante di curare ma curare significa prendere per mano la persona. Salute è stato di benessere fisico, psichico e anche sociale. E in questo la detenzione non deve essere esclusione ma tentativo di riallinearsi con il mondo che è pronto ad accogliere fuori. Deve essere momenti di crescita. Il Cup diventa una finestra del carcere che si apre verso l’esterno. È un contatto con l’esterno in una fase di riappacificazione con la comunità. E la finestra ora è spalancata anche per noi perché  questa è una sperimentazione che funziona sia in termini economici che sociali e va a beneficio di tutto il sistema”. Il CUP in carcere è pertanto un esempio concreto di come la sanità può diventare leva di inclusione e reinserimento.

Il Direttore del Carcere Maschile di Santa Maria Maggiore Enrico Farina

I numeri non bastano a raccontare il cambiamento. Il Direttore del Carcere Enrico Farina ha parlato del CUP come di “un traguardo” e di “opportunità meravigliosa” e di come il progetto abbia inciso sul clima interno: “Chi lavora al CUP sente di avere un compito importante; ha un lavoro qualificato e qualificante. Questo cambia lo sguardo su di sé e anche quello degli altri”.

Il carcere non come sola detenzione ma come spazio possibile di ripartenza, di lavoro, di dialogo con il territorio. È questa la visione che emerge dalle parole del Direttore che ha aggiunto: “Alcuni lavorano già in Basilica, in Piazza San Marco, al Lido. Ogni giorno ricevo telefonate con richieste di lavoro per i detenuti in vari settori, manutenzione edile, ristorazione, lavoro intellettuale, ormeggio barche, pulizia in città, panificazione. Possiamo implementare percorsi lavorativi seri e strutturati. Il territorio in cui operiamo è meraviglioso, ricco di opportunità e offre la possibilità concreta di creare reti di dialogo e collaborazione tra il carcere e la società civile. C’è disponibilità, c’è ascolto e questo ci permette di pensare in modo aperto e costruttivo. Per questo potrei anche accogliere detenuti provenienti da altri istituti penitenziari, laddove si riconosca in questo luogo un contesto favorevole alla rieducazione, al lavoro e al recupero personale. Stiamo lavorando in questa direzione con senso di responsabilità, passo dopo passo”.

Un CUP in carcere, dunque, è molto più di un esperimento. È un modo concreto di fare rete tra istituzioni, di immaginare un carcere che educa, cura, reinserisce. Sei mesi dopo la direzione è tracciata. Il bilancio è positivo. Il futuro – se condiviso – può diventare ancora più ricco di significato.

dicembre 2024 – presentazione progetto CUP Carcere Maschile Santa Maria Maggiore Venezia