I volti della povertà, alla Giudecca inaugurata l’ottava tappa del progetto giubilare

Oggi, 5 dicembre, al Carcere femminile della Giudecca, istituzioni civili e religiose si sono ritrovate per l’inaugurazione nella cappella di Santa Maria Maddalena dell’ottava tappa del progetto giubilare “I volti della povertà in Carcere” ispirata all’omonimo volume di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero (edizione EDB). Un appuntamento che ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la realtà penitenziaria veneziana e le molte fragilità che l’attraversano. Il confronto tra dirigenza penitenziaria, rappresentanti del Governo, Chiesa e amministrazione comunale ha posto l’accento sulla necessità di un sistema capace di accompagnare, rieducare e restituire alla società persone più forti e consapevoli.

Il portone pesante del carcere della Giudecca si è aperto lentamente lasciando entrare un frammento di luce in una mattina di dicembre sospesa tra acqua e silenzio. Dentro l’atmosfera era diversa: non un giorno qualunque ma un momento in cui la città, la Chiesa e le istituzioni hanno scelto di varcare insieme quella soglia che spesso divide, più che unire.

Qui, dove la sofferenza è parte del paesaggio quotidiano, ha preso forma l’incontro fatto di parole, sguardi e responsabilità condivise “Riflessioni ad alta voce”. Un invito a riconoscere che dietro ogni storia spezzata può ancora nascondersi un futuro che attende di essere orientato, come vele in cerca di un nuovo vento.

Numerosi gli interventi.

“Orientare le vele”: la direttrice Maurizia Campobasso e il valore del cambiamento

La Direttrice del carcere femminile, Maurizia Campobasso, ha aperto gli interventi ricordando come il passato, per chi vive la detenzione, possa diventare una condanna solo se non trasformato in occasione di crescita. “Il passato è una condanna, ma deve essere una lezione per cambiare direzione”, ha sottolineato, citando Seneca: “Non possiamo dirigere il vento, ma orientare le vele”. Una visione che richiama l’importanza dei percorsi formativi, educativi e relazionali che, anche in carcere, permettono di ricostruire un futuro possibile.

La rieducazione come missione: il ruolo del PRAP

La Provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto, Rosella Santoro, ha evidenziato come il carcere debba porsi come luogo di rieducazione e reinserimento sociale. Ha richiamato il valore dei progetti attivi all’interno dell’istituto — dalla scuola al lavoro, fino alle attività del volontariato — definiti “elementi fondamentali della riabilitazione”. “Bisogna guardare le povertà con coraggio, accoglierle e cambiare direzione”, ha affermato, indicando nell’impegno comune la strada per contrastare esclusione e recidiva.

Il Provveditore Regionale degli Istituti penitenziari di Lazio, Abruzzo e Molise, Giacinto Siciliano, ha affermato: “Quella del carcere è una realtà complessa, una sorta di mondo a parte all’interno delle città. Quando ti trovi a lavorare in carcere ti rendi conto che ti trovi a gestire la fragilità delle persone con i loro problemi. Non tocca a noi giudicare cosa hanno fatto, quello lo fa la magistratura”.

Patriarca Francesco Moraglia: “Il carcere misura la qualità di una società”

Nel suo intervento, il Patriarca Francesco Moraglia ha ricordato che il carcere è, per sua natura, un luogo di sofferenza. La presenza della Chiesa, ha detto, può rappresentare una possibilità, un’occasione per non spezzare i legami e accompagnare chi vive la detenzione. “È importante fare sentire queste persone persone”, ha richiamato, sottolineando che ogni storia è diversa e richiede ascolto e responsabilità. Moraglia ha poi osservato che scuole, luoghi di cura e penitenziari sono i luoghi nei quali una società mostra davvero il proprio livello culturale e la qualità dei suoi governanti.

Il saluto della città: Brugnaro e il valore del lavoro

Il Sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha inviato un messaggio nel quale ha ricordato la forza del gesto di Papa Francesco: “Fu profetico, ha portato la bellezza in un luogo di sofferenza”. Brugnaro ha sottolineato che il carcere è parte integrante della città e non deve essere percepito come luogo separato: “Venezia non vi dimentica: siete parte di questa città”. Al centro del suo messaggio, il lavoro come strumento “potente di rinascita”, chiave di autonomia e dignità.

Ostellari: “Nessuno deve essere lasciato solo”

Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha invitato i presenti ad applaudire le donne protagoniste dei percorsi trattamentali, ricordando che un Paese civile non può rinunciare al binomio persona/dignità. Ha sottolineato la necessità che gli istituti non siano isolati dai centri abitati, affinché si garantisca una continuità tra vita interna ed esterna, e ha evidenziato l’importanza delle attività di accompagnamento durante e dopo la detenzione. Sui minori ha lanciato un avvertimento: “Il problema sta esplodendo”. Ha indicato la famiglia come primo presidio educativo: “I genitori devono essere l’esempio”. E ha ribadito che “abbassare l’età imputabile non è la soluzione”.

Le voci delle detenute: tra dolore, memoria e desiderio di rinascita

Le testimonianze delle detenute hanno dato voce concreta alle fragilità che il progetto intende raccontare.
Una donna, adottata da bambina, ha ricordato la ferita originaria che ancora la accompagna: “Mi chiedevo sempre: perché nessuna famiglia mi vuole?”. Una vita segnata dalla strada e dalla dipendenza dal crack — “il diavolo, che per me voleva dire: sto male, aiutami” — oggi la separa dalle sue due figlie, una adottata e l’altra in affido. “Il mio sogno è sposarmi con la mia compagna e riprendere la mia seconda figlia”, ha confidato, indicando un cammino di riscatto che sente finalmente possibile. Accanto a lei, una donna africana ha parlato della necessità di mantenere viva la memoria personale per non smarrire la direzione: “Voglio ricordare il mio passato per ricostruire il presente. Non dimenticate mai i più fragili”. Una terza detenuta ha raccontato invece l’impatto psicologico della detenzione: “Le sbarre, le chiavi… non le sopporto. Vedo grigio, nero. Vivo come una clessidra: io sono la sabbia”. Un’immagine che restituisce il peso del tempo in carcere e il bisogno di percorsi di sostegno che trasformino l’attesa in possibilità.

Una tappa che interpella tutti

L’iniziativa si chiude come un invito a guardare al carcere non solo come luogo di pena, ma come luogo di trasformazione. Le parole delle detenute e delle istituzioni convergono su un punto: nessuna povertà — materiale, affettiva, educativa, relazionale — può essere ignorata. La Giudecca, con questa ottava tappa del progetto giubilare, ricorda che la qualità di una comunità si misura anche da come accompagna i suoi membri più fragili, quelli che oggi vivono dietro le sbarre ma che domani torneranno a essere parte della città.

La mostra fotografica – con le detenute che saranno guide – sarà visitabile tutti i giorni (primo turno 10-11, secondo turno 12-13), fino al 19 dicembre, previa prenotazione, http://www.eventbrite.com