Nel Giorno del Ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e all’esodo degli italiani dalle terre giuliano-dalmate, sono numerose le iniziative promosse in tutta Italia da istituzioni e associazioni.
A Marghera, in Piazzale Martiri Giuliani e Dalmati delle Foibe, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose si è svolta la celebrazione ufficiale di commemorazione con canti di 120 bambini dell’Istituto comprensivo Grimani.
Tra le iniziative di valore storico e documentario spicca quella proposta dall’Archivio di Stato di Venezia che riporta l’attenzione su una pagina complessa del secondo dopoguerra attraverso fonti d’archivio inedite o poco note.
“Nel solco della propria missione di tutela e valorizzazione del patrimonio documentario, gli Archivi di Stato hanno come obiettivo primario consentire a chiunque di formarsi i propri convincimenti in modo sereno e documentato”, ha ricordato il direttore generale Archivi, Antonio Tarasco, presentando le esposizioni allestite in diversi Archivi di Stato italiani in occasione del Giorno del Ricordo 2026. Un invito a ricostruire i drammi dell’esodo in uno spirito di verità, rispetto e pluralismo delle idee.
Anche l’Archivio di Stato di Venezia ha aderito alla solennità civile istituita dalla legge 30 marzo 2004, n. 92, proponendo un documento conservato nel fondo del Gabinetto della Prefettura di Venezia (Atti 1947-1982, b. 6), risalente all’aprile 1947. Si tratta di una testimonianza diretta del continuo afflusso di profughi istriani e dalmati nel territorio veneziano negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, quando l’Italia sconfitta fu costretta ad abbandonare quei territori.

Fonte: Archivio di Stato di Venezia, documento tratto dal fondo archivistico del Gabinetto della Prefettura di Venezia (Atti 1947-1982, b. 6)
Il documento restituisce l’immagine di una città chiamata a far fronte a un’emergenza umanitaria di grandi dimensioni. Migliaia di persone, private della propria casa e dei propri beni, trovarono rifugio in varie città della penisola, Venezia compresa. Tra le priorità vi erano il vitto e l’alloggio; scuole e caserme cittadine furono adattate in fretta a centri di accoglienza, spesso sovraffollati.
Secondo una nota del Ministero per l’Assistenza Post-Bellica, Ufficio Provinciale di Venezia, datata 29 aprile 1947, la capienza complessiva dei cinque Centri profughi veneziani ammontava a 1.160 posti. In particolare, il centro allestito presso il Liceo Marco Foscarini poteva ospitare 330 persone, seguivano i Tolentini e il Cornoldi con 200 posti ciascuno, il Giacinto Gallina con 180 e Carpenedo con 250.
La stessa documentazione segnala tuttavia che la capacità di accoglienza avrebbe potuto essere ulteriormente ampliata. I centri Foscarini e Tolentini erano in grado di ospitare altre 500 persone ma mancavano le dotazioni essenziali – lettini, materassi e coperte – definite negli atti come “effetti letterecci”. Per alcuni centri (Foscarini, Tolentini, Cornoldi) erano inoltre in corso progetti di adeguamento strutturale con la realizzazione di pareti divisorie, impianti doccia e servizi igienici, a testimonianza di uno sforzo volto non solo a ospitare, ma a garantire condizioni di vita dignitose.
Ancora oggi, una lapide collocata presso la sede del Liceo Marco Foscarini ricorda il passaggio degli esuli e il ruolo svolto dalla città nell’accoglienza. Un segno tangibile di una storia che l’iniziativa dell’Archivio di Stato di Venezia contribuisce a riportare alla luce offrendo alle generazioni di oggi strumenti di conoscenza e di riflessione su una delle vicende più dolorose del Novecento italiano.
