Lo zucchero americano per Salvatore

27 gennaio, Giorno della Memoria e posa delle Pietre d’Inciampo, una storia nata a Venezia.

Aveva 22 anni e abitava nel sestiere di Dorsoduro 3441. Il 17 gennaio 1944 Salvatore Vivante viene arrestato, deportato e assassinato ad Auschwitz (oltre 1 milione di persone sterminate). Con lui il cugino Adolfo Nunes–Vais, 19 anni, morto nel campo di concentramento di Gross–Rosen (Polonia).

La madre di Salvatore, Marcella Arbib, ha atteso il figlio una vita intera, uno strazio infinito per lei che, pensando al ritorno, aveva conservato dall’agosto 1945 una manciatina di zucchero. Il figlio era morto da un anno e lei non lo sapeva. Quel bene di prima necessità arrivava dall’America assieme a caffè profumato e riso lucente, introvabile e costoso al commercio clandestino, ma razionato di colore nero e con le bestioline durante la distribuzione delle derrate alimentari.

“Carissimi è stata proprio una sorpresa ricevere il vostro pacco delizioso. Avete indovinato a mandarci il caffè che era una cosa che ci mancava molto, ne avevo due o tre cucchiaini che conservo in caso di male. Alla borsa nera non ricorriamo mai perché non è per le nostre tasche e così molte volte è una vera privazione. Ora mi sembra di respirare meglio con il vostro caffè…”.

Lo scorso giovedì, 27 gennaio, Giorno della Memoria e della Posa delle Pietre d’Inciampo (Stolpersteine), davanti al grande cancello di Palazzo Berlandis il racconto o, meglio, la lettura della lettera ha commosso l’affollato gruppo di partecipanti, familiari, autorità e amici. Il parente di Salvatore Vivante, Jack Arbib proveniente da Tel Aviv, ha spiegato emozionato e commosso: “Abbiamo ritrovato miracolosamente questo documento solo pochi giorni fa. La madre Marcella ha atteso il figlio fino alla morte, ogni giorno che passava si aggrappava alla speranza”. In casa o sul balcone aspettava il suo Salvatore. Per lei ogni passo, suono di campanello o uscio che si spalancava erano tuffi al cuore, segnali del ritorno di Salvatore. Per quella madre la vita fu uno strazio quotidiano.

Durante la toccante cerimonia Jack Arbib, accanto a lui i cugini Debbie (Toscana), Anne (Londra), Francine (Parigi), ha aggiunto: “Siamo qui per ricordare due ragazzi. Che dire di due giovani vite spezzate? Di loro abbiamo poco, solo qualche foto e la lettera appena letta che è stata scritta dalle due sorelle Arbib che abitavano in appartamenti differenti di questo Palazzo. Marcella e Valeria ringraziano il nonno di Debbie Arbib che dall’America, dopo la guerra, aveva spedito un pacco di viveri”. Jack, dopo aver letto uno dei versi più belli del libro di Qohelet, 11,1, “Manda il tuo pane sul volto delle acque, perché in molti giorni lo ritroverai”, ha lanciato in acqua dello zucchero. “Perché spero che a tutti noi qualcosa ritornerà”, ha detto.

Grande silenzio quando Debbie Arbib ha letto la sua riflessione e ringraziato tutte le persone amiche che l’hanno aiutata a ricomporre la catena spezzata della sua famiglia con testimonianze, ritrovamenti, ricordi: “Della storia dei miei cugini ne sono venuta a conoscenza un anno fa. Le Pietre d’Inciampo vogliono ricordare e farci pensare. Quello che mi sento di fare è ricordare e riflettere che sono privilegi. Se possiamo pensare alla memoria come ad una catena composta da tanti anelli, allora possiamo pensare che ognuno di noi, quando la catena si spezza, può riprendere l’anello spezzato e riportare alla luce quello che era buio. E’ un privilegio. La bella lezione che ho imparato è che solo insieme si può ritrovare la memoria e solo insieme si ritrovano le risorse per leggere e capire il presente ed affrontarlo”.

Tra i presenti la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano che ha concluso la Cerimonia con queste parole: “Restituire un nome, una voce, un’identità a chi è stato privato della vita e dei sogni nel periodo più buio della nostra storia. Nella nostra città la memoria è viva, cammina sulle nostre gambe e abbiamo il dovere di trasmetterla alle future generazioni”. Presente anche Paolo Navarro Dina della Comunità ebraica, Marco Borghi e Lorenzo Paccagnella, rispettivamente presidente e vice presidente della Municipalità di Venezia–Murano–Burano. Da Roma è arrivato uno speciale ringraziamento, quello di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.