Nella Sala Tintoretto del Patriarcato l’incontro guidato dai sacerdoti Marco Zane, direttore responsabile, e Roberto Donadoni, direttore editoriale del settimanale diocesano Gente Veneta.
Il Patriarca Latino di Gerusalemme descrive una crisi umanitaria senza precedenti: «L’80% della Striscia è stato livellato. La gente vive nelle tende, i bambini hanno bisogno di aiuto psicologico». L’appello: «Lavorare per il bene comune».
«La situazione a Gaza resta di estrema gravità dal punto di vista umanitario. Ci sono episodi di violenza», ha esordito il cardinale, ricordando come il trauma seguito agli eventi del 7 ottobre 2023 sia ancora profondissimo. È un quadro drammatico quello tracciato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, intervenuto a Venezia, città che ha definito «simbolo di pace» e che, a suo avviso, può svolgere un ruolo importante nel mantenere alta l’attenzione sul conflitto.
A quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, il trauma resta profondo. «L’80 per cento di Gaza è stato livellato», ha affermato il cardinale, descrivendo una popolazione costretta a vivere in condizioni estreme. «Il cibo c’è, non c’è la fame dei mesi scorsi», ha spiegato, indicando nella mancanza totale di infrastrutture uno dei problemi più gravi. Le famiglie vivono nelle tende, spesso invase dai topi, in condizioni igieniche precarie, mentre scuole e servizi essenziali sono quasi del tutto assenti.
Con particolare commozione, Pizzaballa ha ricordato che i cristiani rimasti nella Striscia sono esattamente 541. «Dal punto di vista umano è faticoso», ha ammesso.
A preoccupare è anche il peso psicologico della guerra. «Ho parlato con i medici. Cè bisogno di sostegno psicologico, soprattutto per i bambini. Sono tutti traumatizzati. C’è molto lavoro da fare». Una sofferenza che, ha sottolineato, accomuna entrambe le popolazioni coinvolte nel conflitto. «Tutti, israeliani e palestinesi, si sentono minacciati nella loro sopravvivenza con un profondo senso di sfiducia reciproca».
Il cardinale Pizzaballa ha richiamato l’attenzione anche sulla situazione in Cisgiordania, dove «gli insediamenti continuano a espandersi, aumentano le aggressioni dei coloni, cresce il tasso di violenza. Dal punto di vista della vita quotidiana la situazione sta diventando sempre più pesante, i checkpoint, i passaggi, gli spostamenti con un tasso di violenza in continua crescita». «Quello che rende tutto umanamente faticoso è che è molto difficile capire se, come e quando tutto questo finirà e quale sarà il futuro», ha osservato.
Nonostante le difficoltà, la Chiesa continua a garantire la propria presenza sul territorio. «Stiamo rimettendo in funzione una scuola completa che accoglierà 500 bambini, da settembre vogliamo arrivare a 1000 ed espandere dando anche i pasti. Per le cliniche, la maternità e la pediatria ci affidiamo alla Caritas». Un impegno accompagnato anche da un sentimento personale di fatica: «Anch’io sono frustrato. C’è tanta povertà».
Nel corso dell’incontro Pizzaballa ha rivolto uno sguardo anche a Venezia, definendola «una vetrina importante». A suo giudizio, il capoluogo lagunare può svolgere un ruolo significativo nella promozione del dialogo. «Venezia può avere un ruolo importante. Una cosa detta in una qualsiasi città del mondo e detta a Venezia ha un peso diverso», ha osservato. «Attraverso le sue istituzioni culturali e attraverso quello che è Venezia, credo possa essere importante almeno dal punto di vista culturale e del linguaggio. Questo non significa stare fuori dalle tensioni, ma cercare di aiutare a comprendere la complessità della situazione». Il cardiale ha quindi invitato ciascuno a fare la propria parte, ricordando che anche i gesti più semplici possono contribuire a mantenere viva la speranza. «Anche i comuni cittadini possono portare un sorriso», ha detto.
Sul fronte del turismo religioso, i pellegrinaggi verso la Terra Santa sono quasi completamente bloccati dopo l’inizio della guerra. Oggi si registra una timida ripresa con pochi voli pochi provenienti dall’Asia, Indonesia e India, mentre ITA Airways ha ripreso i collegamenti con Tel Aviv. «C’è maggiore stabilità, ma questo non significa che sia arrivata la pace», ha precisato.
Le ricadute economiche della guerra continuano a pesare pesanti. Molte famiglie sono senza lavoro dal 2023. «I segnali di speranza dalle istituzioni sono rari – ha concluso il cardinale – mentre dal territorio continuano ad arrivare. Nella società civile, israeliana e palestinese, c’è del bello da costruire. Bisogna lavorare per il bene comune».
