Per quasi tutta la vita ha indossato un camice bianco. Ha assistito malati, confortato famiglie e affrontato emergenze che hanno segnato la storia di Venezia. Poi, finito il turno, tornava a casa e prendeva carta e penna. Perché esiste un altro modo di prendersi cura delle persone. Quello attraverso le parole.
Elio Gallo, veneziano, classe 1942, sindacalista, è stato infermiere all’Ospedale Civile Santi Giovanni e Paolo, ma la poesia è sempre stata la sua seconda vocazione. Nei suoi versi custodisce una Venezia che oggi non esiste più, quella del dopoguerra, delle calli ancora abitate dalle famiglie e della solidarietà spontanea.
I ricordi dell’Ospedale sono ancora nitidi. Racconta di quando, accanto ai medici e agli infermieri, lavoravano quasi settanta suore e quattordici frati. In Elio riaffiora una sanità fatta di rapporti umani, dove il tempo dedicato alle persone aveva un valore diverso.
«I religiosi facevano un lavoro prezioso. Erano sempre presenti accanto ai malati e al personale sanitario. Senza di loro l’ospedale non sarebbe stato lo stesso».
Tra le immagini che non ha mai dimenticato c’è quella dell’acqua alta del 1966. L’acqua invadeva i reparti e il personale dovette trasportare a braccia i pazienti dall’astanteria, al piano terra, fino al primo piano. Erano momenti in cui non c’era spazio per la paura, ma solo per il senso del dovere.
La sua formazione scolastica non è stata quella di un intellettuale. Dopo le elementari pubbliche frequentò le scuole medie e superiori serali allo Zambler, mentre lavorava. La cultura, però, è diventata una conquista personale. Ha letto instancabilmente, studiato da autodidatta e imparato a memoria alcuni dei capolavori della letteratura italiana e russa.
Tra tutti, il poema che porta nel cuore è L’Infinito di Giacomo Leopardi. «Quando l’ho scoperto sono rimasto affascinato». Lo recita ancora oggi senza esitazioni. I suoi occhi azzurri si illuminano come quelli di un ragazzo che abbia appena incontrato quei versi.
Anche lui scrive poesie. Molte hanno un’unica destinataria: Anna, la donna che gli è accanto da una vita.
La loro storia nasce in un luogo inaspettato, la fonderia Cattelan di Murano. Elio decorava il vetro, Anna, originaria di Burano e più giovane di quattro anni, confezionava i pacchi. «L’ho adocchiata subito. I nostri occhi si incrociavano continuamente e il lavoro passava in secondo piano.» I titolari se ne accorsero e arrivarono perfino a sistemare una tenda tra le loro postazioni per impedire che continuassero a guardarsi.
Non servì. La tenda non riuscì a dividere quello che stava nascendo. Così Elio fece il passo decisivo. «Andai da suo padre e gli dissi che volevo bene ad Anna, che facevo sul serio».
Il futuro suocero comprese immediatamente le sue intenzioni e lo accolse con affetto. Restano impressi nella memoria i pranzi preparati con il pesce pescato da lui, momenti semplici che Elio ricorda ancora con emozione.
Sorride pensando ai primi tempi a Burano. «A quei tempi lì ero uno straniero. La prima volta che ho messo la mano sulla spalla di Anna… fu quasi uno scandalo».
Si sposarono il 5 ottobre 1969 nell’antica abbazia di Santa Maria della Misericordia, conosciuta come Madonna di Valverde, nel sestiere di Cannaregio. Da allora hanno costruito una famiglia insieme ai figli Leandro e Lorenza, la nuora Francesca, il genero Michele, i nipoti Giada ed Edoardo che continuano a essere il centro della sua vita.
Nei suoi racconti riaffiora anche la Venezia del dopoguerra, una città povera ma capace di affrontare tutto con dignità. «C’era fame. Ricordo una mamma che diceva al figlio: “No far correr to fio perché el fa fame”». Anche i vestiti raccontavano quei tempi. «Ci compravano i cappotti tre taglie più grandi perché dovevano durare negli anni. Ricordo ancora il mio paltoncino con le maniche ripiegate più volte».
Oggi Elio vive nel sestiere di San Polo. Tra le conoscenze di una vita c’è anche Massimo Cacciari. «Ho letto diciotto dei suoi ventisette libri. I più belli, per me, sono Generare Dio e La mente inquieta». Ma il suo sguardo resta rivolto soprattutto alle persone comuni, ai pazienti incontrati in ospedale, ai colleghi, agli affetti, alla Venezia che ha visto cambiare giorno dopo giorno.
È lì che nasce la sua poesia.
Nei suoi versi trovano spazio l’amore per Anna, la città lagunare, la memoria di chi non c’è più e gli incontri che hanno segnato il suo cammino. Per Elio l’amore non è mai stato soltanto un tema da raccontare, ma qualcosa da vivere ogni giorno e trasformare in versi. Perché, in fondo, la sua storia racconta una forma di cura che non è mai finita. Per decenni ha alleviato il dolore con le mani. Oggi continua a farlo con la memoria e con la poesia.
Prima di congedarsi lascia un messaggio semplice, maturato in oltre ottant’anni di vita. «La cultura dipende dalla curiosità. È bello trovare il lavoro. Il perno, però, è la famiglia».
